Panico: i due errori da non fare

Chi soffre di panico, agorafobia o ansia sociale tende a commettere due errori fondamentali.

I due errori sono così diffusi da poter essere considerati parte del problema: il tentativo di controllare l’ansia, e l’evitamento.

Il tentativo di controllare l’ansia

Se si teme l’ansia o il panico il comportamento più diffuso è tentare di controllarli. E quindi si diventa molto tesi, ansiosi, allarmati all’idea di provare ansia o panico.

Questo atteggiamento nasce da un fraintendimento delle sensazioni corporee: alcune sensazioni come il battito accelerato del cuore, il senso di fame d’aria, il respiro affannoso, la tensione muscolare, le gambe molli, tremori, sensazioni pseudo-vertiginose, oppure la sensazione che la realtà non sia la stessa, sono interpretati in modo erroneo. Invece di cogliere la natura innocua di queste sensazioni che derivano da uno stato di allarme fisiologico, vengono interpretate come segnali di pericoli estremi: morire, avere un malore, svenire, perdere il controllo, impazzire, e così via.

E quindi si monitorano le sensazioni del corpo in modo molto ansioso, oppure si eseguono delle tecniche per rilassarsi ma in modo molto teso e allarmato, e così via.

Questo comportamento è alla base del noto circolo vizioso del panico, e non è difficile comprendere che in questo modo, invece di abbassare lo stato di ansia, questa invece si incrementa, fino al panico!

La correzione di questo comportamento di controllo è una parte essenziale della terapia di questi disturbi ed è ciò che si fa con la terapia cognitivo comportamentale e con l’ACT (che è una terapia cognitivo comportamentale più recente, detta di terza generazione).

In terapia si lavora per superare il fraintendimento di quelle sensazioni, e familiarizzarsi con le sensazioni di allarme. In questo modo si interrompe il circolo vizioso dell’ansia e si apprende a provare le sensazioni di allarme per ciò che sono, senza amplificarle. In altri termini si apprende a regolare la propria reazione ansiosa.

L’evitamento

Per non provare ansia o panico, le persone tendono a evitare posti, situazioni, circostanze che in qualche modo sono percepite come potenziali attivatori di uno stato di ansia o panico.

Altre volte l’evitamento è più sottile, ovvero si adottano una serie di strategie per distrarsi dai pensieri di allarme, cercare accompagnatori per non rimanere soli, portare con sé farmaci anti ansia, controllare la presenza di luoghi familiari o “protettivi”.

In ogni caso si determina un impoverimento della propria vita, una sorta di rinuncia a viverla appieno, proprio per non trovarsi nella condizione di poter avere ansia o panico.

Questo comportamento può dare un sollievo temporaneo, ma rende il problema cronico e crea una profonda insoddisfazione.

In terapia, è necessario correggere questo comportamento. Una volta acquisita una maggiore familiarizzazione con le sensazioni dell’allarme con specifiche tecniche, si lavora per riprendere gradualmente a fare le cose che si erano evitate. Questa strategia si chiama esposizione ed è una componente cruciale della terapia.

Molte persone sono spaventate all’idea di fare esposizione, ed è comprensibile perché può sembrare impossibile fare delle cose che potrebbero generare ciò che si teme di più: l’ansia e il panico. Ma grazie agli strumenti di regolazione dell’ansia l’esposizione diventa una conseguenza naturale del lavoro terapeutico, soprattutto se effettuata in modo graduale, tollerabile.

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